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FLORA ALPINA: Stupefacente adattamento
Testo di Dario Ferrandi - www.darioaag.it



Attendo con pazienza, sdraiato sui sassi del ghiaione instabile, un fugace momento in cui il vento pomeridiano non scuote l’esile stelo di un papavero (Papaver alpinum rhaeticum). Il fiore ha già perso l’irsuta capsula che lo racchiude, ma non ha ancora spiegato i suoi delicati e luminosi petali gialli. Appare, così, come una pallina di carta accartocciata. Il vento è solitamente nemico delle piante alpine, perché ne inaridisce l’habitat, aumenta l’evaporazione sulle foglie e scaglia contro di esse minuscoli, ma taglienti detriti. In questo caso, però, permette la sopravvivenza del papavero, liberando i petali dal loro involucro, ormai inutile.

Sento le multiformi pietre assestarsi sotto il mio corpo e riempirne le cavità. Ma il dolore iniziale si affievolisce, quando dedico totalmente la mia attenzione al soggetto fotografico. Improvvisamente il tempo si ferma e i miei sensi si paralizzano. Divento parte integrante dell’ambiente naturale che mi circonda, come se lo abbracciassi. Sprofondo dolcemente fra le pietre e vengo risucchiato dalle fitte radici del papavero, nuoto nell’acqua pura delle sue foglie succulente, risalgo vertiginosamente il minuscolo e slanciato stelo e spalanco smaniosamente i petali vellutati e sgargianti, irresistibile attrazione di vita.

Mi risveglio bruscamente e ritorno in me: il prezioso attimo di rara immobilità è arrivato e così premo ripetutamente il cavo di scatto collegato alla macchina fotografica. La luce intensa del sole ormai alto nel cielo, filtrata dalle nubi di passaggio, accende e dona rilievo alle increspature dei giovani petali, creando un labirinto di luci e ombre. Come apparirebbe la montagna senza fiori? Agli occhi dell’escursionista che distrattamente affronta l’ambiente alpino con atteggiamento solo sportivo e con i ritmi frenetici propri della civiltà urbana, non cambierebbe nulla. Egli, infatti, si porta addosso, oltre all’abbigliamento e allo zaino supertecnici, un fardello più pesante da cui è difficile liberarsi: la smania di arrivare in cima velocemente, superando sempre maggior dislivello e impiegando meno tempo dei compagni, che si trasformano curiosamente in rivali da battere. Un ghiacciaio tormentato, un torrente in piena, un canalone detritico, una zona acquitrinosa, una parete di roccia, il vento incessante, insomma tutti gli elementi naturali, assumono per lui soltanto il ruolo di fastidiosi ostacoli che rallentano l’ascesa e ne aumentano le difficoltà tecniche, ma anche la bravura nel superarli. Egli, perciò, troppo attento alla frequenza dei battiti del cuore, può forse notare le candide distese dei soffici Eriofori, i luccicanti Botton d’oro che accendono i prati, o sentire il forte odore dell’Aglio selvatico. Ma niente di più.

A chi, invece, si reca in montagna per ascoltarne i suoni e i rumori, per osservarne le forme e i colori, per respirarne gli odori e i profumi, per percepirne il respiro, in un'unica parola, per viverla, l’assenza dei fiori infonderebbe una tristezza angosciante, a cui si aggiungerebbe l’irreparabile rottura dell’intero ciclo vitale montano con conseguenze ambientali catastrofiche.

La popolazione floreale di alta quota è numerosa e ricca di curiose e stupefacenti peculiarità, che si manifestano solamente a chi è capace di accostarsi al terreno per osservare forme di vita spesso minuscole, ma tutt’altro che insignificanti. L’habitat della flora alpina è ostile e severo, secondo la concezione umana di comodità e benessere. In montagna le temperature medie sono basse, l’escursione termica fra giorno e notte è marcata, la neve permane a lungo, il vento soffia intensamente e per molto tempo. A ciò si deve aggiungere il continuo e violento mutamento del terreno dovuto alle pareti rocciose che si sgretolano, ai detriti che si muovono, alle frane e valanghe che devastano i pendii erbosi. E’ apparentemente assurdo, ma la vegetazione alpina ama vivere in tali condizioni ambientali e, anche potendo scegliere un luogo migliore, soffrirebbe e assumerebbe un aspetto irriconoscibile, quasi avvilito. Una prova evidente è la Stella alpina: coltivata al di fuori del suo habitat e venduta in diverse località turistiche, perde la lanugine bianca, caratteristica che l’ha resa famosa e apprezzata. Esistono fiori che prediligono le creste continuamente colpite dal vento, altri preferiscono le pareti rocciose in ombra d’acqua, altri spuntano fra gli aridi ghiaioni, altri si crogiolano imperterriti sotto il sole cocente, altri immergono le radici perennemente nell’acqua. E’ la biodiversità, concetto tanto abusato, quanto poco rispettato, che si manifesta anche per il mondo vegetale. La flora alpina si è, quindi, perfettamente adattata all’ambiente in cui cresce al punto che fattori ostili sono divenuti indispensabili per la sua sopravvivenza. A proposito dell’evoluzione delle piante è interessante e curioso capirne l’esatta dinamica. In realtà gli organismi vegetali non attuano mutamenti nel metabolismo, nella forma e nell’aspetto in modo consapevole e attivo. Ad ogni generazione possono nascere, però, piante “anormali” con caratteristiche favorevoli e vantaggiose, che prendono il sopravvento sulle altre e le sostituiscono; oppure, mal sopportando la concorrenza di altre specie, crescono isolate, in luoghi ancora più “difficili”. Alcune piante non si sono ricoperte di spine, sapendo così di non essere mangiate, ma non vengono mangiate perché pungono. Vale lo stesso principio anche per le amare genziane e i velenosi aconiti. I fiori della Viola biflora fioriscono in tempi diversi: raddoppiando la probabilità di essere impollinati, favoriscono la sopravvivenza della specie. Un’anomalia genetica casuale si è rivelata vantaggiosa e ha prevalso sulle altre forme, divenendo la normalità. Ma ognuno dei fiori che si incontrano durante le escursioni (se li sappiamo riconoscere) possiede il proprio “escamotage”, senza il quale non potrebbe sopravvivere e verrebbe sopraffatto dagli altri fiori, pronti a rubare il suo prezioso spazio vitale.

Altre caratteristiche rendono la flora alpina unica ed affascinante. Il nanismo si manifesta in modo eclatante alle quote più elevate. Qui sarebbe impossibile trovare una vegetazione ad alto fusto a causa del forte vento e delle frequenti tempeste di neve; inoltre il periodo vegetativo, di soli due o tre mesi, non è sufficiente per la crescita di piante alte e legnose. Foglie e infiorescenze del salice nano, Salix herbacea, ad esempio, escono dal suolo soltanto durante il breve periodo di attività vegetativa.

La maggioranza delle piante alpine, a causa delle severe condizioni climatiche, non esaurisce il proprio ciclo vitale (germinazione, crescita, fioritura, maturazione del seme, morte) in un anno, perché manca il tempo necessario. La sopravvivenza, durante la lunga stagione invernale, è favorita dal manto nevoso, che permette il passaggio della luce e mantiene la temperatura del suolo quasi sempre al di sopra dello zero. Così molte piante, in una corsa contro il tempo, possono produrre le gemme già pronte per fiorire, appena la neve si scioglie.

Il fiore, si sa, è solo una parte della pianta. Nelle piante alpine, invece, il complesso fiorale, organo riproduttore, è talmente sviluppato in grandezza, colore e a volte anche in profumo, che si identifica erroneamente con la pianta stessa. La forte radiazione solare, solitamente nociva, in questa circostanza risulta vincente, poiché consente la produzione di ingenti quantità di zuccheri che si tramutato, mediante la sintesi, in intensi pigmenti. L’abbondanza di zuccheri viene, inoltre, sfruttata per lo sviluppo di fitte e profonde radici che garantiscono un saldo ancoraggio, ma anche un adeguato approvvigionamento idrico.

Affermare che le condizioni climatiche presenti in alta montagna sono simili a quelle desertiche può sembrare azzardato. Ma così non è, perché l’intenso calore diurno, i periodi di siccità e il vento quasi incessante favoriscono una precoce evaporazione dell’acqua dai tessuti. Le piante alpine affrontano il problema dell’essiccamento ricoprendosi di folta peluria e sviluppando foglie piccole e carnose. La forma a cuscinetto è un’altra efficace difesa adottata: trattiene l’umidità, le foglie secche si decompongono in humus, resiste alla intemperie e con la sua robusta radice si ancora saldamente alle rupi.

I fiori, infine, che crescono nei ghiaioni, rischiano continuamente di essere sepolti dalle rocce o di essere portati via dagli stessi detriti in movimento. Sopravvivono grazie ad un groviglio di radici flessuose che coprono o penetrano il detrito, rendendolo più stabile e vincendo la sollecitazione meccanica. E, se ciò non bastasse, essi riescono persino, se ricoperti, a germogliare da altri punti, i cosiddetti “occhi dormienti”.

La flora alpina è soltanto un piccolo, ma indispensabile frammento dell'immenso e meraviglioso mondo naturale. E, se durante un'escursione, cediamo all’irrefrenabile tentazione di cogliere un fiore, non possiamo più ignorare che il nostro semplice gesto distrugge in un attimo un capolavoro della natura.

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