Quando, sul finire dell’estate, il bestiame abbandona gli alpeggi per ridiscendere a valle, lascia dietro di sè una temporanea “desertificazione” dei pascoli, qua e là interrotta dalla isolata presenza di robuste piante a fiori blu che hanno superato, completamente indenni, i persistenti assalti degli animali al pascolo. Questa “incolumità” è da collegare all’alta tossicità di questa specie che, forse per istinto, viene accuratamente evitata da tutto il bestiame. L’aconito fa parte di quelle associazioni ad alte erbe (megaforbieti) che prosperano su terreni ricchi di sostanze azotate (nitrati), particolarmente abbondanti nelle zone pascolive, per cui le specie che vivono in questo tipo di ambiente appartengono alla cosiddetta “flora nitrofila”.
Anche in questo caso Linneo (1753, Species plantarum: 751) ha reimpiegato nomi antichi per formare il binomio scientifico; infatti il nome del genere, latinizzato, proviene direttamente dal vocabolo akóniton con cui i Greci designavano queste erbe velenose che, secondo le Metamorfosi di Ovidio, spuntarono dalla saliva del mitico cane Cerbero, infuriato perchè era stato incatenato da Teseo; il secondo nome di specie deriva pure lui da un vocabolo latino napus = rapa, che ricorda la forma ingrossata delle sue radici.
Il nome della subspecie vulgare è stato invece proposto nel 1893 dai botanici francesi George Rouy e Julien Foucaud nell’opera Flore de France, Asnières, Paris & Rochefort,. 1893, 1° : 142
Numerosi nomi volgari sono ispirati dalla forma ad elmo del petalo superiore del fiore di questa specie: infatti essa è chiamata Elmo di Giove in Italia, Elmo di Odino o Cappello di Thor in Germania e Elmo di Troll in Danimarca. Nel dialetto bergamasco per tutti gli aconiti risulta invece la dicitura di erba rüga.
Foto: vedi pag. 110 Sentiero dei fiori