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Fra i frutti selvatici del bosco occupano un posto di riguardo le bacche del sambuco nero che, in autunno, all’apice dei peduncoli ormai rosseggianti dell’originario corimbo primaverile di fiori bianchi, matura numerose piccole drupe nere e lucenti.
La spiegazione del binomio scientifico, creato come il solito da Linneo nel 1735 (Species plantarum 1, pag. 385), mentre è facilissimo per il nome della specie, in quanto fa riferimento al colore delle bacche (lat. niger-nigra-um = nero), offre alcuni spunti interessanti soprattutto per il nome del genere Sambucus.
Per esso gli specialisti botanici offrono spiegazioni diverse: nella Flora Italiana di Cesati, Passerini & Gibelli (1867) si dice: «Dal greco sambux, nome di pianta tintoria, in allusione al succo rosso delle bacche del S. ebulus od alle bacche rosse del S. racemosa». Nella Nostra Flora di G. Dalla Fior (1926) si trova invece: «Nome già usato da Plinio per le specie di questo genere e derivato dal greco Sambike, strumento musicale che si fabbricava coi rami del sambuco svuotati del midollo».
Il Vocabolario della Lingua Italiana di Devoto-Oli (1967) completa tale spiegazione con «Dal latino sambuca, che è dal greco sambýkē, a sua volta di origine orientale», aggiungendo che tale nome, in origine proprio di uno strumento musicale a corde, indicò in seguito degli strumenti a fiato e, per estensione arcaica, «strumento agreste, zampogna» (= il sifulì bergamasco).
Queste etimologie fanno comprendere meglio al lettore la ragione di una certa varietà del nome dialettale bergamasco di questo arbusto, come riportato da Enrico Caffi (Vocabolario Bergamasco - Botanica, 1932): Sambüch (comune), Samblüch (Leffe), Schéc (S. Felice), Schitàc (S. Gregorio, Pianca, Boltiere).
Un tale fenomeno linguistico indica sempre una ben consolidata conoscenza popolare di una pianta e delle sue proprietà medicinali conosciute fin dai tempi antichi, perchè citate nelle opere di Ippocrate (460-377 a.C.), Teofrasto (370-287 a.C.) e Dioscoride (I sec. d.C.) e che possono essere così riassunte: la corteccia e le foglie sono considerate purgative e sono usate nell’arte tintoria; i fiori hanno proprietà antisudorifere; i frutti si usano per preparare il roob sambuci (Comolli, 1835), cioè uno sciroppo antinevralgico e lassativo.
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