Nelle giornate più calde di dicembre, sotto Natale, nel sottobosco delle pinete a pino silvestre e pino nero e nei boschi termofili delle nostre colline cominciano già a spuntare le bianche ed ampie corolle di questa ranunculacea, molto comune da noi e spesso chiamata impropriamente “bucaneve”, per confusione col primaverile
Galanthus nivalis L., che ha una forma fiorale molto diversa, pendente e con tre soli sepali, mentre l’elleboro ne ha cinque.
Il primo termine del suo binomio scientifico, Helleborus, deriva dal nome originale greco della pianta, elleboros (latino Helleborus) ed accenna all'antico uso medicinale della pianta (boros significa cibo).
Secondo un mito greco, infatti, Melampo con questo genere di piante guarì la follia delle figlie di Preto re di Tirinto, per cui, per secoli, gli ellebori vennero ritenuti un efficace rimedio contro le malattie mentali, tanto che nel passato era divenuta proverbiale l’espressione: “Quello ha bisogno dell’elleboro“ per indicare un matto. Peccato che, per effetto della cura, molti si calmavano per sempre!
L’antico nome greco citato da Dioscoride è stato ripreso da Linneo nel 1735 per il genere botanico; il secondo nome della specie e cioè
niger (= nero) non è riferito al colore del fiore, bensì a quello della radice sotterranea che è bruno-nerastra.