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CURIOSITA' SU PHYSALIS ALKEKENGI



Physalis alkekengi L.
Alchechengi, lampioncini
Questa solanacea, abbastanza comune lungo le siepi e nei luoghi boschivi freschi dalla pianura lombarda al piano collinare, pur avendo fiori bianchi o bianco-giallastri abbastanza evidenti e simili a quelli della patata, è molto più conosciuta per il caratteristico frutto, una bacca globosa rossa a maturità, di dimensioni paragonabili a quelle di una piccola ciliegia.
Tale frutto però, durante il processo di crescita, è circondato completamente dal calice vescicoloso del fiore che, prima verde e poi rosso, va man mano assumendo la forma di un grosso lampioncino (da cui uno dei nomi comuni italiani), simile alle lampade rosse che vediamo spesso appese all’entrata dei ristoranti cinesi, oggi frequenti nelle nostre città. Questa pianta selvatica, dal frutto maturo edule, è sempre stata nota anche nel Bergamasco, tanto che ha potuto dar luogo alla formazione di un tipico vocabolo dialettale come “scatoloc” (= piccola scatola) ricordato da Caffi per Sotto il Monte, in collina, e per Cologno, in pianura.
Contemporaneamente però sul finire dell’ottocento, in Bergamo-città, la pianta era nota col termine di “chichìnger”, che richiama da vicino l’italiano “chichingero” ancora usato da G. Negri del suo “Nuovo Erbario Figurato” (1960). Per spiegare però sia la stranezza del nome principale italiano [oltre agli altri 58 nomi dialettali riportati da Penzig per le varie regioni italiane nella sua “Flora popolare Italiana” (1924), che spesso a tale nome si rifanno], sia l’etimologia del binomio scientifico latino di questa pianta, occorre risalire ad oltre quattro secoli e mezzo fa, quando P.A. Mattioli nel 4° volume dei suoi “Commentarii .. De Materia Medica” così scriveva a proposito di questa solanacea: “ L’alicacabo chiamano i Greci « Άλίκακαβος » [stessa pronuncia], e « Фυσαλίς » [pr. fusalìs], i Latini “Vesicaria” et Alicacabus”, gli Arabi “Kekergi “, “Alkekengi” e “Kekenegi”…. Nei più recenti dizionari etimologici la voce viene interpretata come derivante dall’arabo “Kakendj” o “al-ka_káng”.
Ciò premesso, i nomi si chiariscono: Il genere Physalis, creato da Linneo nel 1737, riprende il termine greco fusalis, che significa “pieno d’aria”, “gonfio” e, in modo traslato, “vescica”, facendo chiaro riferimento al calice rigonfio del fiore, che crescendo avvolge il frutto con una specie di camera piena d’aria. Cinquant’anni prima di lui il francese Joseph Pitton de Tournefort (1656-1708), uno dei primi botanici sistematici, nella sua opera “Istitutiones rei herbariae”, (1694) aveva però già creato un genere ante litteram di Alkekengi, usando il nome arabo riportato da Mattioli; ma la sua denominazione non ebbe seguito, in quanto lo stesso Linneo nel 1753 costruì il binomio scientifico definitivo per la pianta, ancor oggi usato, riferendo il nome arabo alla “specie” e non più al genere.
E’ interessante infine riferire la sequenza dei nomi volgari della specie riportati dagli autori italiani nelle loro opere e cioè: ”Alchachingi” e “Halicabo” (Mattioli, 1565), “Alicacabo”, (Scopoli, 1772), “Accatengi”, “Solatro Alicacabo” e Vescicaria (Bertoloni, 1833), “Chichingeri” (Comolli, 1834), “Alchechengi”, “Accatengi” e “Palloncini” (Fiori, 1926), “Chichingero” (Negri, 1960) e “Alchechengi” e “Palloncini” (Pignatti, 1982).
Physalis alkekengi


 

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