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QUATTRO PASSI NELLA FLORA ALPINA
Testo e immagini di Roberto Ferranti


 Pulsatilla alpina Pulsatilla alpina al lago Publino Doronicum clusii Fioritura di Doronicum Clusii in Val d'Arigna

Come è possibile descrivere in poche pagine il fascino, il pregio e l’unicità della flora che vive sulla catena alpina ? Forse non è difficile, se quelli che leggono queste righe sono tra coloro che d’estate frequentano abitualmente creste e cime e che, se anche non conoscono tutti i nomi delle piante che incontrano, non possono davvero ignorare lo scenario di pendii erbosi, pietraie o pareti rocciose rivestiti o puntellati di corolle dai colori vivaci, che sembrano sfidare con ostinazione il difficile ambiente dell’alta quota. Per tutti gli altri ... beh, sarebbe bello poter stimolare la loro curiosità e la loro voglia di conoscere, ricordando che certi spettacoli e certi paesaggi naturali valgono bene un po’ di fatica e di sudore.
 
La flora delle Alpi: una società multietnica
 
Innanzitutto una giusta precisazione: l’oggetto di queste brevi considerazioni non è la flora alpina, bensì la flora delle Alpi. No, non è una contraddizione: nel linguaggio della fitogeografia - cioè la disciplina che studia la distribuzione dei vegetali sulla Terra - l’aggettivo "alpino" è utilizzato specificamente per indicare l’ambiente che in tutte le montagne del mondo si trova oltre il limite di crescita di alberi ed arbusti, in pratica dove vivono solo erbe, muschi e licheni che danno vita a paesaggi di prateria, di tundra o simili ad essi. Si può parlare così di flora alpina anche per le Ande, le Montagne Rocciose, l’Himalaya o le montagne dell’Africa purché, appunto, si faccia riferimento alle specie vegetali che crescono abitualmente negli ambienti di quota ormai non più caratterizzati da vegetazione arborea e arbustiva, a qualunque altitudine e latitudine essi si trovino. Dovremo usare invece l’aggettivo "alpico" se vogliamo indicare qualcosa che si riferisce strettamente alla catena delle Alpi, la quale ha una sua identità, una precisa collocazione geografica ed una storia del tutto peculiare.
Ed alla storia delle Alpi, fin dal momento in cui queste hanno iniziato a sollevarsi (circa 30 milioni di anni fa, nell’Era Terziaria) in seguito a quegli imponenti processi di corrugamento della crosta terrestre noti complessivamente con il nome di "orogenesi alpina" (ma che hanno prodotto anche le altre maggiori catene montuose della Terra), è strettamente legata anche la storia delle piante che nel corso del tempo le hanno popolate. La flora che oggi osserviamo sulle Alpi è una vera società multietnica, costituita da specie che rappresentano i "pronipoti" di stirpi che hanno avuto origine geografica molto diversa e che ad un certo punto si sono trovate a convivere, subendo nel tempo eventi di evoluzione e modellamento, di migrazione o di stabilizzazione, di espansione o di regressione fino all’estinzione, in risposta ai grandcambiamenti climatici e geologici che hanno caratterizzato gli ultimi milioni di anni.
 
La flora delle Alpi davanti alle glaciazioni
Ranuncolo glaciale Ranuncolo glaciale Crochi Fioritura di crochi
 
Effetti di particolare rilevanza per la flora alpica hanno avuto, ad esempio, le cosiddette glaciazioni che si sono succedute sulle Alpi durante il Quaternario, in un tempo che va da circa 2 milioni a circa 10.000 anni fa. In questo periodo, infatti, sull’emisfero settentrionale della Terra si alternarono fasi di recrudescenza climatica, durante le quali enormi masse glaciali si espandevano dalle aree polari verso sud, con fasi a clima più mite in cui i ghiacciai subivano altrettanto imponenti ritiri. In Europa, nelle fasi "fredde", le masse glaciali scendevano fino ai territori centro-europei, e inoltre si sviluppavano imponenti anche sulle maggiori catene montuose attorno al Mediterraneo, tra cui, appunto, anche le Alpi, che, essendo peraltro le montagne più elevate, ne furono interessate in modo nettamente più marcato.
Questo traumatico susseguirsi di periodi climatici contrapposti non potè ovviamente restare senza conseguenze. Gran parte delle specie vegetali che vivevano nei territori pianeggianti del sud Europa, irreversibilmente adattatesi all’uniforme clima subropicale che vaveva dominato fino ad allora, si estinsero o, dove possibile, migrarono verso aree geografiche più meridionali. Molte altre entità che si erano già stabilite sulle neonate Alpi, in parte di origine autoctona, in parte arrivate in tempi precedenti da altre aree geografiche, furono invece stimolate ad evolversi e a differenziaziarsi ulteriormente per adattarsi alle nuove condizioni e ai nuovi habitat. Durante le fasi di massima espansione dei ghiacci esse riuscivano a sopravvivere rifugiandosi nei settori alpini più periferici e meno glacializzati e da lì ripartivano, seguendo il successivo arretramento dei ghiacciai, come pionieri alla riconquista dei territori resi nuovamente disponibili. Ed ogni volta erano piùrinnovate, più rinvigorite e più eterogenee, in quanto arricchitesi di entità biologicamente nuove o sopraggiunte da altre regioni, in particolare dal Nord Europa da cui erano "spinte" dall’avanzare dai ghiacciai polari. Ma altre specie, di origine arcaica (risalente ancora al Terziario) e anch’esse sopravvisssute alle glaciazioni nelle stesse aree-rifugio, furono incapaci di rimodellarsi e di riguadagnare spazi e territori anche dopo la fine dell’ultima fase glaciale e le ritroviamo ancora lì, quasi inalterate da allora nella loro fisionomia. Sono, queste, specie generalmente molto rare e accantonate in pochissime località, veri "fossili viventi" e relitti di un’epoca che si perde nella notte dei tempi, e che spesso hanno un aspetto singolare e poco somigliante ad altre specie attualmente viventi, in quanto il tempo e le vicissitudini hanno eliminato tutti i loro parenti più stretti e morfologicamente più affini.
Così lo scenario attuale è il risultato dell’ultimo processo di ripopolamento, iniziato circa 10.000 anni fa al termine dell’ultima glaciazione (e in attesa della prossima ...?), e si presenta con una grande varietà di flora, che, come detto, mescola specie che si sono evolute in loco, a partire da forme già presenti nella regione al momento della nascita lo sviluppo della catena alpina, con specie che in diversi momenti, sono giunte a noi dai monti del Nord Africa, dalle altre montagne sudeuropee, dalle regioni boreali e artiche, dalla Siberia e dalle steppe e dai monti dell’Asia centrale e occidentale. La stessa stella alpina (Leontopodium alpinum), che da tempo abbiamo assunto come simbolo stesso delle Alpi, è in realtà una specie i cui progenitori sono giunti in epoca remota dalla regione montuosa centro-asiatica, dove ancora oggi, infatti, vivono, in gran numero, i suoi parenti più prossimi. 
 
Ogni pianta una storia
Le Alpi, quindi, sono state al tempo stesso una grande fucina di piante originatesi in situ ed un importante crocevia ed area di transito per flussi migratori di piante provenienti da ogni punto cardinale, molte delle quali hanno anche scelto di stabilizzarvisi e ... mettere radici. E così, esplorando i diversi distretti della catena alpina, può capitare di fare incontri speciali e piacevoli con piante che, se potessero parlare, racconterebbero senz’altro vicende quasi da leggenda, di quelle che si tramandano di generazione in generazione. Ci si potrebbe imbattere, ad esempio, nella strana e affascinante berardia (Berardia subaculis), specie molto rara di alcune zone delle Alpi piemontesi e francesi e così isolata da avere oggi i suoi parenti più stretti solo nei monti del Nord Africa, regione da cui essa stessa verosimilmente proviene. O nell’umile andromeda (Andromeda polifolia), i cui sparuti individui attualmente presenti nelle Alpi in pochissime zone umide sono tutto ciò che rimane di un’antica migrazione, avvenuta durante le epoche glaciali dalle fredde regioni del nord, dove ancora oggi vivono ben più numerosi e diffusi i loro fratelli. Oppure nelle diverse e radiose specie di primule dai fiori gialli e rossi, i cui bis-bis-bis-bisavoli qui giunsero dalle lontane regioni montuose dell’Asia Centro-Orientale dopo un viaggio lungo e avventuroso, intrapreso ancora prima dei "grandi freddi" dell’Era Quatenaria. O viceversa nella wulfenia (Wulfenia carinthiaca) che, chissà in seguito a quali misteriosi eventi, vede oggi la sua presenza nelle Alpi ristretta ad un fazzoletto di territoriotra Italia e Austria, ben distante dalle regioni fra Albania e Montenegro dove si trovano gli altri suoi co-specifici. O ancora nella lussureggiante genziana maggiore (Gentiana lutea) i cui progenitori probabilmente abitavano le tranquille e calde pianure attorno al mare da cui emersero le Alpi, e che, pur colti di sorpresa da questo evento, seppero modificarsi ed adattarsi ai nuovi ambienti d’altitudine che via via si rendevano disponibili. O infine nella superba sassifraga dell’Argentera (Saxifraga florulenta) che sulle rupi granitiche di alcune montagne delle Alpi Marittime, uniche località dove oggi è reperibile, è riuscita a conservarsi più o meno immutata dall’Era Terziaria, sopportando, durante lo scorrere del tempo, le modificazioni climatiche e la concorrenza di altre piante e rischiando di soccombere solo davanti alla ... mano dell’ uomo. E, oltre a queste, centinaia di altre specie, ognuna con la propria storia alle spalle, che sulle Alpi si rinvengono solo qui o solo là, solo in quel settore alpino o su tutta la catena, rare o rarissime o comuni e diffuse, con areali di distribuzione che si escludono, si circondano, si sovrappongono in una gamma pressochè infinita di possibili rapporti vicendevoli. Insomma una convivenza e un miscuglio, nel contempo strani e affascinanti, di forme, strategie, adattamenti, vicende personali e - perché no ? - "culture" che davvero sorprendono e incuriosiscono.
Quante siano le specie che vivono sulle Alpi è difficile dirlo. Sicuramente la varietà è notevolissima, grazie anche alla posizione geografica, a metà strada tra il clima caldo-asciutto del Mediterraneo e il clima temperato-umido dell’Europa Centrale, e la ricchezza di habitat, di substrati rocciosi e di microclimi locali interni alla catena montuosa. Tutte le specie hanno ovviamente un pregio naturalistico notevole, ma in particolare quelle endemiche, cioè quelle distribuite entro territori limitati, talvolta ridotti a poche cime vicine, costituiscono davvero gioielli di valore incalcolabile. Anche nelle montagne lombarde vivono specie pregevoli, presenti solo in poche località, che non si rinvengono poi in nessuna altra parte del mondo. I valtellinesi, ad esempio, non possono esimersi dal conoscere le due rarità che condividono con i bergamaschi e, per la prima di esse, anche con i lecchesi: la viola del Comolli (Viola comollia) e la salvastrella orobica (Sanguisorba dodecandra), chiamata dialettalmente "frasnej", che crescono soltanto in poche località della catena orobica, tra cui, appunto, alcune valli e alcune cime del versante valtellinese.
Ricordiamoci di questo quando, durante un’escursione, siamo tentati di raccoglire il solito mazzettino di fiori come souvenir della giornata: ogni pianta alpina ha dietro di sè una storia millenaria e la volontà, la pazienza e la straordinaria tenacia grazie alle quali ha combattutto continue battaglie e superato infinite vicissitudini per conquistarsi uno spazio per vivere, non meritano di essere vanificate con un gesto insensato di pochi secondi.
 
Le piante alpine e la vita in alta quota
Campanula cochlearifolia Campanula cochlearifolia in Val Belviso Sanguisorba docecandra Sanguisorba dodecandra in val di Scais
L’azione dei fattori ambientali ...
Il trovare ancora vita vegetale ad altitudini considerevoli, anche se con piante minuscole nascoste tra le pietre o al riparo di piccole nicchie nella roccia, è cosa che spesso stupisce il profano ed entusiasma invece l’appassionato o l’esperto botanico, che ben conosce i trucchi e le "diavolerie" messe in atto dalle piante stesse per adattarsi e sopravvivere anche in situazioni che ci appaiono impossibili.
In effetti i fattori ambientali che agiscono ad una certa quota hanno un’indubbia rilevanza sulla biologia dei vegetali, obbligandoli a stress di varia natura. Il pensiero corre immediato, ad esempio, alla temperatura dell’atmosfera che, com’è noto, subisce una diminuzione graduale con la quota, stimata in un valore medio di circa0,5° C ogni 100 metri di dislivello. I giorni di freddo e di gelo, anche improvvisi, a certe altitudini sono dunque la regola e non certo l’eccezione. Ma sulle condizioni termiche di un habitat possono influire anche fattori locali, come ad esempio l’esposizione dei versanti, che gioca un ruolo primario sull’entità dell’irraggiamento solare e la permanenza della copertura nevosa. Anche il tipo di roccia e il suo colore hanno forti riflessi sulle piante che vivono su di esse: un substrato roccioso scuro assorbe molto calore di giorno e altrettanto ne rilascia di notte, determinando una notevole escursione termica durante l’arco della giornata che le piante non possono non avvertire.
L’acqua è un elemento vitale mai veramente assente nell’ambiente alpino, ma per molti mesi essa risulta indisponibile per le piante, in quanto si presenta in forma solida (neve o ghiaccio); inoltre su rupi o pietraie l’acqua si disperde facilmente per infiltrazione o scorrimento, determinando in tali ambienti una frequente condizione di vera aridità. La neve ha un ruolo positivo d’inverno per il suo effetto di coibente termico per il substrato sottostante, ma una copertura nevosa troppo prolungata restringe di molto il periodo estivo disponibile allo sviluppo dei vegetali, talora non superiore a due mesi. Un elemento positivo è dato invece dall’umidità atmosferica, così frequente in montagna per effetto di nuvole o nebbie di condensa, importante sia perchè determina un certo apporto idrico, seppure limitato, e sia perchè il vapore permette la rifrazione della luce anche in anfratti e nicchie normalmente poco illuminati.
Il vento è un fattore generalmente negativo, oltre che per i danni meccanici che arreca alle piante e gli accumuli irregolari di neve, soprattutto perchè provoca nelle piante stesse una intensa perdita di vapore acqueo attraverso il processo noto come traspirazione. In compenso al vento le piante alpine affidano spesso la dispersione dei semi, e, talora, dei pollini.
La luce in quota diviene più intensa e più ricca di raggi ultrvioletti, poco filtrati dalla minore quantità di pulviscolo atmosferico presente, e sisa come queste radiazioni abbiano rilevanti conseguenze sui sistemi biologici.
Il suolo è spesso assente o grezzo,. mancando frequentemente di uno strato di fertile humus superficiale. In particolare le piante che vivono sulla roccia o fra le pietre devono spesso accontentarsi delle scarse quantità di terriccio che si può accumulare in piccoli spazi o nelle fessure ed attendere con pazienza il lento, ulteriore accumulo di nuovo materiale. Inoltre, proprio perchè hanno radici a contatto con la roccia, tali piante vengono influenzate della composizione minerale della roccia stessa e dunque dell’abbondanza o dell’assenza di determinati elementi chimici in essa contenuti. Ad esempio tra le piante alpine è usuale distinguere, a grandi linee, fra specie calcìcole o basìfile che crescono preferenzialmente su rocce contenenti grandi quantità di carbonati di calcio (calcari, dolomie) e specie calcìfughe o acidòfile che invece prediligono substrati con tenore di calcio limitato o assente (gneiss, graniti, micascisti). La distinzione non è tuttavia sempre così marcata e molte specie, peraltro, sono in questo senso indifferenti, non manifestando preferenze particolari e crescendo su ogni tipo di substrato.
Insomma un ambiente, quello alpino, più inospitale che accogliente, dove non mancano nemmeno i "predatori" erbivori, selvatici e non, macroscopici e non, e dove pertanto la competizione tra le piante per la luce, lo spazio e i nutrienti si trasforma in una guerra accesissima e cruenta, anche se del tutto silenziosa.
 
... e la risposta delle piante
Mettiamoci nei panni (... o nelle foglie ?) di una piantina che vive in un anfratto roccioso a 3000 metri: costretti all’immobilità nel punto in cui è caduto il seme che ci ha generato, dobbiamo sopportare momenti o giorni interi di gelo o di caldo sole accecante che si alternano irregolarmente e repentinamente, lo sferzare del vento che ci ferisce e ci prosciuga, la carenza o l’insufficiente disponibilità di nutrienti e di acqua. Come resistere ? Eppure ad ogni estate, apparentemente indifferenti a tutto ciò, bellissime fioriture continuano da sempre a mostrarsi in tutta la loro sfolgorante bellezza, a testimonianza della grande capacità adattativa presente anche nelle piante più minuscole. Le strategie messe in atto dalle specie alpine per sopravvivere e perpetuarsi sono molteplici e riconducibili sostanzialmente a tre livelli, spesso presenti contemporaneamente: morfologici, riproduttivi e fisiologici.
Innanzitutto le dimensioni. Essere piccoli e compatti in montagna rende: il nanismo difende meglio dal vento e dagli altri agenti atmosferici, dalla traspirazione e dal peso della neve e permette l’insediamento e la crescita anche in piccoli spazi. In questo modo anche alcuni piccoli arbusti con aspetto tappezzante, dotati di rami legnosi e striscianti sulle rocce o sul terreno o addirittura sotterranei come è il caso del salice erbaceo (Salix herbacea), possono svilupparsi anche a quote rilevanti. Il rimpicciolimento può interessare anche solo alcune parti della pianta: spesso le foglie sono minuscole e coriacee, ridotte a scagliette o sottili aghi, una forma studiata apposta, peraltro, per limitare ancora di più perdita di acqua per traspirazione. Anche la pelosità vellutata o lanosa che riveste molte piante alpine, più che una valida difesa dal freddo (servirebbe ben altro che questa "pelliccetta" quando sei sottozero), è in realtà ancora una volta una difesa soprattutto dalla traspirazione: l’obiettivo infatti è quello di creare un sottile strato isolante che rende meno brusca la differenza di umidità tra l’atmosfera e l’interno della pianta, così da rallentare l’evaporazione dai tessuti interni. E dato che anche l’eccessivo surriscaldamento contribuisce alla traspirazione, si può operare anche nel modo opposto: niente più peli, ma foglie ispessite e con una superficie lucida che, come un piccolo specchio, riflette le radiazioni solari più intense (e, già che ci siamo, anche quelle più nocive). L’effetto "specchio" è attuato peraltro anche dall’insieme degli stessi peli che sono costituti da cellule morte e traslucide, e quindi rifrangenti. Quante piante alpine, infatti, spiccano per il loro colore bianco-argenteo, dato da una peluria fine e compatta: pensateci bene, la stella alpina non ha forse questo aspetto ? Ed ancora, la succulenza di alcune specie alpine, specialmente tra quelle che vivono prevalentemente sulle rupi, risponde sempre ad una necessità di risparmio idrico, né più né meno come le piante dei deserti. La cosa è evidente nei Sedum e nei Sempervivum chehanno proprio l’aspetto di piccole piante grasse, ma anche alcune primule e sassifraghe possiedono foglie che sono un po’ ... sovrappeso.
Altro problema riguarda la riproduzione: a chi affidare il polline con la sicurezza che almenouna parte arrivi a destinazione ? Il vento è un ... postino troppo discontinuo, impreciso ed inaffidabile e così, sebbene a queste quote comincino a scarseggiare, gli insetti rimangono come norma gli interlocutori principali. Ma proprio perchè gli impollinatori non abbondano è indispensabile per le piante produrre fiori che siano facilmente percepibili dalla vista non certo perfetta degli insetti ed ecco spiegata la particolare vistosità nelle forme e nei colori delle corolle fiorali di molte piante alpine, quelle che in genere più ci entusiasmano. Una tattica è quella di creare fiori di dimensioni abnormi rispetto alla taglia globale della pianta (pensate ad alcune genziane, primule o campanule) oppure di produrre fiori minuti, ma riuniti a decine ed addensati in infiorescenze di vario tipo o in piante con aspetto a tappeto, cosicché gli insetti non vengono attratti dal cromatismo dei singoli fiori, ma dalla macchia di colore offerta dall’insieme di tutti. E se l’impollinazione non va a buon fine, molte piante alpine ripiegano su mezzi di propagazione alternativi: ad esempio l’allungamento di fusti striscianti - detti stoloni - che producono nuovi cespi a brevi distanze dalla pianta madre (ne è un bell’esempio il dorato Geum reptans che cresce sovente sui detriti e sulle morene a poca distanza dai ghiacciai) oppure la produzione di gemme o di bulbilli, da ognuna delle quali si sviluppa un nuovo individuo (come in Polygonum viviparum e in Poa alpina, due comunissimi abitanti di pascoli e praterie alpine). I semi delle piante alpine sono generalmente piccoli e leggeri o dotati di strutture che ne facilitano la dispersione ad opera del vento: sono così strutturati, ad esempio, i frutticini piumosi degli anemoni alpini (Pulsatilla alpina e P. vernalis), dei salici nani e di altre piante.
Ancora, la maggior parte delle piante alpine è perenne; possiede cioè un apparato radicale che rimane vitale per più anni, ben protetto d’inverno dal manto nevoso. Foglie e fusti fioriferi invece vengono di norma ricambiati ogni anno e i loro residui secchi servono spesso a proteggere le gemme, situate a livello del terreno, che in primavera devono prontamente rigermogliare, e, per guadagnare tempo, magari quando la neve non è ancora completamente fusa, come usano fare abitualmente le graziose soldanelle. Qualcuna è anche dotata di organi sotterranei carnosi (bulbi, tuberi) come è il caso del comunissimo croco (Crocus albiflorus), un altra pianta tra le prime a fiorire dopo il disgelo. Pochissime e di piccola taglia sono invece le piante a ciclo annuale: troppo breve è infatti l’estate alpina per garantire un periodo di tempo sufficiente allo svolgimento di un ciclo completo, a partire dalla germinazione dei semi alla piena fruttificazione e disseminazione.
A questi adattamenti se ne aggiungono altri di natura fisiologica, non meno fondamentali anche se non visibili in modo macroscopico. Basti citare il caso del ranuncolo dei ghiacciai (Ranunculus glacialis) che, nei suoi tessuti, accumula zuccheri solubili come riserve - anzichè amido come vuole la norma -, creando così una concentrazione tale nei suoi succhi cellulari da abbassarne notevolmente il punto di congelamento. 
 
Leontopodium alpinum Leontopodium alpinum sul Piz Cam (Val Bregaglia) Viola comollia Viola Comollia in Val Belviso
 
Adattamenti particolari possiedono, infine, piante di ambienti altrettanto particolari. Le specie che vivono nelle pietraie e nelle colate detritiche, ad esempio, devono sopportare, oltre alla carenza di acqua e nutrienti, il rotolamento continuo delle pietre che le possono spezzare o trascinare in basso, soprattutto in conseguenza di smottamenti o ruscellamenti superficiali di acque. Alcune di queste specie (dette "migratrici") non offrono resistenze di sorta, limitandosi a ricoprire il detrito più fine con aspetto tappezzante e con brevi radici che vanno poco in profondità, ma i loro fusticini sottili e delicati sono dotati di forte capacità rigenerativa e pertanto, quando vengono frammentati e trascinati a valle, sono in grado di originare nuovi cespi. Altre specie (dette "stabilizzatrici"), sono viceversa fornite di apparati radicali più forti ed organizzati, capaci spesso di approfondirsi notevolmente, ed in grado così non solo di ricercare acqua e nutrienti a maggiore profondità, ma anche di operare un primo serio tentativo di stabilizzare il pendìo detritico in movimento gravitativo. Il bel papavero giallo (Papaver rhaeticum), presente anche in provincia di Sondrio sui ghiaioni calcarei nei monti del bormiese e in poche altre località, appartiene a questa seconda categoria.
Simile per certi versi è il problema che devono affrontare le specie che vivono nelle fessure delle rupi, che devono far fronte principalmente alla carenza di spazio, di terreno e di acqua. In questo habitat hanno dunque avuto un buon successo le cosiddette piante a "pulvino" che hanno un classico portamento a denso cuscinetto, costituito da un apparato radicale normalmente allungato ed ingrossato, capace di farsi largo nelle spaccature, e da numerosissimi fusticini raccorciati e pluriramificati a raggiera che si addensano tra loro creando una trama fittissima e compatta nella quale l’acqua e l’umidità possono venire conservate a lungo. Ogni anno all’apice dei fusticini sono prodotti foglie e fiori nuovi mentre i residui di quelli vecchi rimangono "intrappolati" nel cuscino stesso venendo col tempo decomposti. Insomma, il cuscino cresce lentamente, ma su un substrato nutritivo che, almeno in parte, si produce da solo. Hanno questo singolare aspetto diverse piante, tra cui alcune androsace (Androsace vandellii, A. helvetica), il cosiddetto "muschio fiorito" (Silene acaulis), il non-ti-scordar-di-me nano (Eritrichium nanum) e alcune sassifraghe (Saxifraga vandellii, S. bryoides).
 
Questi ed altri adattamenti permettono alle piante di raggiungere quote impensabili, che si immaginerebbero incompatibili con la vita vegetale. Nella catena alpina il record altitudinale di crescita di una pianta a fiori spetta al già citato Ranunculus glacialis, trovato a quasi 4300 metri nelle Alpi svizzere, ma un’altra dozzina di specie possono raggiungere o superare i 4000 metri e una cinquantina i 3500 metri.
E se poi aprissimo il nostro sguardo verso forme di vita più semplici, ci accorgeremmo che muschi, licheni ed alghe hanno la capacità di vivere a quote ben superiori a quelle raggiunte dalle piante con fiori. Destano sensazione in particolare le incredibili (ma non ... abominevoli) alghe "delle nevi", organismi unicellulari che si ammassano in colonie nelle nevi perenni, creando strane macchie verdastre o rosso-brunastre, e così adattate al loro habitat da vegetare in modo ottimale solo ad alcuni gradi sottozero e da non tollerare, invece, temperature vicine allo 0° C. E c’è chi ancora le chiama ancora forme di vita "inferiori" ...




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